Guido Andaloro

"Non sono niente e non sarò mai niente, ma ho in me tutti i sogni del mondo" (F. Pessoa)

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"O vergine cogli l'attimo che fugge.
 
Cogli la rosa quando è il momento,
 
che il tempo lo sai, vola,
 
e lo stesso fiore che sboccia oggi,
 
domani appassirà "
 
Orazio

 

23 Gennaio 2014

Una volta ricevetti una lettera da un ragazzo: "La mia storia è talmente disastrata che prima o poi mi uccido". Gli risposi: "Caro, hai ricevuto il dono della vita, in questo universo immenso tu sei un granello, ma sei importante". A stretto giro di posta replicò: "Caro don Gallo, ho ventinove anni, finora nessuno mi aveva detto che sono importante". Tempo dopo mi mandò una poesia: "Bianchi saranno i corvi, nera verrà la neve, prima che io ti dimentichi". Era bastata una parola a riscattarlo (Così in terra, come in cielo, don A. Gallo).

11 Novembre 2013

Duilio Castelli ha 75 anni e ha lavorato in Fincantieri fino all’89, ma già dal ’71 gli avevano diagnosticato l’asbestosi, una malattia respiratoria cronica legata alle proprietà delle fibre di asbesto di provocare una cicatrizzazione (fibrosi) del tessuto polmonare. L’asbestosi causa un irrigidimento dei tessuti dei polmoni e, di conseguenza, la perdita di gran parte della funzionalità.

A Monfalcone quando si chiede dell’ amianto ti rispondono che la “polvere” ha fatto almeno 600 morti accertati. E chissà quanti altri che sono rimasti nelle maglie delle statistiche quando ancora questo isolante veniva considerato un materiale prezioso e non mortale e per chi stava sulle navi era quasi considerato una benedizione. Lavorare nei “cantieri della morte”, come i socialisti dei primi anni del secolo definivano questo luogo, per molti qui ha rappresentato l’unica forma di sopravvivenza economica possibile. Anche per Duilio è stato così. “Cosa volete, commentava l’altro giorno, quando si ha bisogno ci si adatta ai lavori meschini”. Nessuno, all’epoca, sapeva di correre un pericolo, l’amianto per loro era solo un buon isolatore, un magnifico materiale insonorizzante, tanto per usare un termine tecnico, e lavoravano nella più beata ignoranza. Ma vivere nel ventre della balena per molti è stato fatale. È bastata una esposizione di trenta giorni, e per le donne lavare le tute sporche dei mariti, o portare via “solo polvere” dai tavoli della mensa aziendale per ammalarsi e poi morire. Talvolta è stato anche un abbraccio a tradirle, quello che riservavano ai loro uomini quando tornavano a casa la sera. “Molte delle nostre donne,  racconta ancora Duilio,  sono morte perché baciavano i nostri capelli; la città è ferita, la città è indignata… il profitto di un impresa non può essere fondato sullo sfruttamento e il non rispetto della salute dell’operaio”.

Ma sono solo parole. A Monfalcone moriranno ancora.

L’amianto è un killer lento, si muove piano nel corpo e nell’aria. Una fibra di amianto ci mette 24 ore per scendere di un metro dall’alto, da dove la sparano le ciminiere. E anche quando ti è entrato dentro, nelle fibre della pleura, impiega anche trent’anni prima di risvegliarsi improvvisamente. Poi ti uccide in meno di un mese, ti uccide annegandoti nel liquido dei tuoi stessi polmoni che cresce a dismisura e non c’è catetere al mondo che te lo possa drenare via con la stessa rapidità con cui si forma. Lo sanno tutti che va così, a Monfalcone. Perché non c’è famiglia, in questa “company town”, nata e cresciuta nel progresso e nell’apparente benessere, che non conti almeno un morto in famiglia per colpa dell’amianto.

L’amianto è ancora nell’aria, lo sanno tutti. Scende piano. E da qui al 2025 ne moriranno ancora a grappoli. Da quando l’amianto è stato messo al bando con la legge del ’92, da quando insomma si è smesso di usarlo, è stato calcolato a spanne un periodo di tempo entro il quale anche l’ultimo esposto al minerale killer avrà chiuso gli occhi ucciso dal mesotelioma, quel cancro al polmone che è provocato solo dalle fibre di amianto e da null’altro e che ti buca la pleura come un groviera fino a bloccare la respirazione. Dopo quell’anno che sarà il picco più alto, si dice, le morti cominceranno a scendere. Ma non è detto che finiscano lì.

Qualcuno dovrà pagare per tutto questo, si dice. Anche se tra la gente si respira aria di rassegnazione. Perché ormai quelli che potrebbero essere considerati colpevoli dell’accaduto, i dirigenti della Fincantieri di quarant’anni fa, oggi hanno tutti quasi ottant’anni. E forse anche loro non ne sapevano un granchè del pericolo che correvano gli operai. I tre direttori dello stabilimento Fincantieri che hanno guidato l’azienda dal 1966 fino al 1984 sono stati rinviati a giudizio per il reato di omicidio colposo. Ma non si è mosso nulla.

Eppure si continua a morire. Solo nell’ultimo mese sono stai celebrati ben 4 funerali di ex operai Fincantieri. Tutti con malattie riconducili, probabilmente, al lavoro svolto in fabbrica. Anche gli impiegati del settore contabilità o amministrazione hanno respirato l’amianto e sono morti, pensando magari che solo gli operai a diretto contatto col micidiale materiale fossero a rischio, ma così non è stato.

La legge del ’92 ha solo consentito a molti di loro esposti all’amianto di godere di uno scivolo previdenziale, un prepensionamento di un numero di anni corrispondenti a quelli a cui si è stati a contatto con il materiale. Sembra quasi una beffa. E’ come se lo Stato si mettesse l’anima in pace dando a questa gente la possibilità di vivere quel tempo che resta accanto ai loro cari, sapendo perfettamente come andrà a finire. Ne ho conosciuti una decina di questi “baby pensionati” e nessuno di loro guardava al futuro, alla pensione, come ad un traguardo raggiunto per vivere finalmente con serenità la propria vita.

“Già nel 71 cominciavo a sentire l’affanno, ci racconta ancora Castelli, lavoravo col cannellino con fiamma, tagliavo i pannelli isolanti per la coimbentazione della navi, poi mi occupavo degli isolanti per le caldaie delle cucine a bordo, un lavoro infernale a temperature infernali. La polvere di amianto che c’era negli ambienti a volte non ti permetteva neanche di farti vedere a pochi centimetri. Poi è cominciata la spossatezza, non riuscivo a fare una rampa di scale, a tenere in mano la fiamma ossidrica. Sono andato dal mio medico, e l’inferno è iniziato. Ma erano gli anni 70, troppo presto per capire la causalità. Poi nel 79/80 ci sono stati altri studi, ma si parlava ancora poco della pericolosità dell’amianto. Ma intanto notavamo, che ogni tanto qualcuno dei nostri colleghi si assentava dal lavoro per malattia o perché si ammalava. Solo del mio reparto eravamo in 125, moltissimi i coetanei, i sopravvissuti di quel gruppo, siamo solo in 4.

E’ una città ferita, Monfalcone. E’ un microcosmo dove la sacralità del lavoro e l’eccellenza di una produzione di prestigio va a spasso a braccetto con una precarizzazione del lavoro di livello cosmico. E dove, ancora oggi e nonostante i morti, le regole della sicurezza sul lavoro sono le prime ad essere violate. Ma soprattutto, Monfalcone è il luogo dove la giustizia ha preso il largo da tempo insieme con le navi da crociera più belle del mondo e che non importa quanto sono costate, anche in termini di vite umane, perché le ragioni del mercato hanno in questo luogo radici più profonde del dolore delle vittime dell’amianto.

Quella di Monfalcone è una storia da continuare a raccontare, una delle tante pagine nere d’Italia, che non deve andare a finire come Porto Marghera o come tante altre faccende, dove alla fine la colpa non è di nessuno e dopo un po’ il grido dei morti e il pianto delle vedove diventa un suono di sottofondo che non ascolta più nessuno. Nel profondo nord est operoso d’Italia c’è un’intera città che chiede, oggi come ieri, verità e giustizia. (Fonte: Altrenotizie. “Monfalcone, di amianto si muore ancora” di Giovanna Pavani).

 

01 Novembre 2013

Solo chi conosce il problema può risolverlo.

Don Bosco diceva: "Camminare col cuore rivolto al cielo ma con gli occhi puntati a terra".

E io l'esperienza l'ho fatta sul campo. Dai primi tossici imparai che la droga si chiamava "roba" e che comprare una siringa prima della "roba" portava sfortuna. Appresi l'abbecedario degli eroinomani, il galateo della fattanza per potermi comportare con loro come uno che li capisse. Non mi fermai all'ovvietà che il balsamo dei loro tormenti fosse in realtà veleno. Cercai di indagare sulle cause del malessere, che a volte affondano nelle storie personali, altre volte sono esterne, provengono dall'insofferenza per modelli di vita consumistici e individualistici.

La dipendenza è un elemento costitutivo del nostro sistema culturale.

Le risposte chimiche sono la prima soluzione a cui ricorriamo anche per un semplice mal di testa. Quindi chi è votato all'autodistruzione, chi cerca l'anticipazione della morte, si affida a droghe e sballi nell'illusione di liberarsi dal dolore, e invece sceglie il surrogato che una società disattenta offre per affrancarsi dalle colpe della propria assenza.

Camminando al fianco dei tossici ho incontrato i loro mostri, non solo interiori. Ho visto la speculazione dietro la loro condizione: farmacisti che su una siringa guadagnavano il trecento per cento, il mercato selvaggio di sostanze non controllate.

Ho toccato l'indifferenza della gente e dei medici. Quando riuscivamo a convincere qualcuno a disintossicarsi dovevamo stare in lista d'attesa anche per mesi. I ragazzi in "scimmia", in atroce crisi di astinenza, erano lasciati in strada, allo sbaraglio, senza soldi. Come potevano non ricaderci?

Per lungo tempo gli ospedali rifiutavano chi arrivava in overdose e lo status di tossico fu considerato reato. C'era uno spazzino fuori dalla chiesa che appena vedeva un tossico chiamava il 113. Una sera lo azzannai:"Ma che chiami il 113? Denunciando togli il tuo problema dalla vista, ma certo non risolvi il suo".

Quell'uomo si avvicinò alla Comunità, cominciò a parlare con i ragazzi, ad appassionarsi alle loro storie, e per anni fu loro amico e confidente.

Quella contro la droga è una guerra vera, e non c'è un solo modo per combatterla, perchè ognuno ha una storia personale diversa, perciò i percorsi per vincerla devono essere individuali e variare a seconda del caso.

Le prime volte ero allibito dalle manifestazioni del disagio dei ragazzi in Comunità. Ce n'era uno che quando era sotto l'effetto della roba rispondeva attivamente, si metteva a pulire tutto. Quando io rientravo e trovavo la cucina limpida mi sentivo devastato.

Una giovanissima invece, quando era in crisi di astinenza, saliva sulla terrazza e suonava le campane. Abbiamo dovuto legarle.

Spesso qualcuno va via sbattendo la porta, ma sa bene che la ritroverà sempre aperta. (Così in terra, come in cielo, Don Andrea Gallo).

 

20 Settembre 2013

Ora che lui è partito, e non si farà vivo più, scomparso, cancellato via dal quadrante della vita esattamente come se fosse morto, a lei, Irene, non resta che armarsi di tutto il coraggio che una donna può chiedere a Dio e sradicare tutti i rami per cui quello sfortunato amore si è attaccato alle sue viscere. E' sempre stata una ragazza forte, Irene, questa volta non sarà da meno.
E' fatto! Meno tremendo di quanto lei pensasse; e meno lungo. Non sono passati neanche quattro mesi, ed eccola completamente liberata. Un poco più magra, più pallida, più diafana, però leggera, col languore soave della convalescenza dentro cui già palpitano vaghe illusioni nuove. Oh è stata brava, eroica è stata, ha saputo essere crudele con se stessa, ha respinto con accanimento tutte le lusinghe dei ricordi, ai quali sarebbe stato pur dolce abbandonarsi. Distruggere tutto ciò che di lui restava nelle sue mani, fosse pure uno spillo, bruciare le lettere e le foto, buttar via i vestiti indossati quando c'era lui, sui quali forse gli sguardi suoi avevano lasciato una traccia impalpabile, sbarazzarsi dei libri che anch'egli aveva letto e la comune conoscenza stabiliva una complicità segreta, vendere il cane che ormai aveva imparato a riconoscerlo e gli correva incontro al cancello del giardino, abbandonare le amicizie che erano appartenute a entrambi, cambiare perfino casa perché a quel camino lui una sera si era appoggiato con un gomito, perché un mattino quella porta si era aperta, e dietro era apparso lui, perché il campanello della porta continuava a dare lo stesso suono di quando lui veniva, e in ogni stanza le sembrava così di riconoscere una misteriosa impronta. Ancora: abituarsi a pensare ad altre cose, gettarsi in un lavoro massacrante per cui di sera, quando il pericolo si ridestava più insidioso, un sonno di pietra la atterrasse, conoscere nuove persone, frequentare nuovi ambienti, cambiare anche il colore dei capelli.
Tutto questo lei è riuscita a fare, con impegno disperato, non lasciando sguarnito un angolo, una fessura, da cui il ricordo potesse farsi strada. L'ha fatto. Ed è stata guarita. Ora è mattino, con un bel vestito azzurro che la sarta le ha appena mandato, Irene sta per uscire di casa. Fuori c'è il sole. Lei si sente sana, giovane, tutta lavata dentro, fresca come quando aveva sedici anni. Felice addirittura? Quasi.
Ma da una casa vicina viene una breve onda di suono. Qualcuno ha la radio accesa o fa andare il grammofono, e una finestra è stata aperta. Aperta e poi subito chiusa.
E' bastato. Sei o sette note, non di più, la sigla di un vecchio motivo, la sua canzone. Su, coraggiosa Irene, non perderti per così poco, corri al lavoro, non fermarti, ridi! Ma un vuoto orrendo le si è già formato entro nel petto, ha già scavato una voragine. Per mesi e mesi l'amore, questa strana condanna, aveva finto di dormire, lasciando che Irene s'illudesse. Ora una inezia è stata sufficiente a scatenarlo.
Fuori passano le macchine, la gente vive, nessuno sa di una donna che, abbandonata sul pavimento a ridosso della porta di casa come una bambina castigata, sciupandosi il bel vestito nuovo, perdutamente piange. Lui è lontano, non tornerà mai più, e tutto è stato inutile (Le precauzioni inutili, Dino Buzzati).

01 Agosto 2013

 

IO SOSTENGO NINO DI MATTEO

 

 

Quando ho appreso che tanti cittadini, da ogni parte d’Italia, stavano organizzando le manifestazioni di oggi, mi sono sinceramente commosso ed ho immediatamente provato un profondo sentimento di riconoscenza e gratitudine nei confronti di tutti Voi.
Per me e per i miei familiari il Vostro sostegno e la Vostra solidarietà sono di grande conforto e rappresentano una splendida iniezione di forza ed entusiasmo in un momento difficile.
Non solo per la fiducia e la stima che dimostrate di nutrire nei confronti del mio lavoro ma, ancor più, perché la vostra passione civile, la sete di verità e giustizia, la voglia di non cedere alla indifferenza, rappresentano il punto di riferimento più autentico per ogni cittadino che, nutrendosi dei valori della Costituzione, non si rassegna a vederne quotidianamente calpestati i sacri valori di libertà, democrazia, eguaglianza di tutti davanti alla legge.
Il Vostro entusiasmo, il Vostro impegno per l’affermazione e l’applicazione concreta dei valori costituzionali, contagerà la parte la parte sana del nostro Paese, e prevarrà sui tanti che purtroppo hanno dimenticato che l’esercizio di un ruolo politico, pubblico, istituzionale, qualunque esso sia, deve innanzitutto ispirarsi alla logica del servizio nei confronti del cittadino, specie del più debole e del più povero.
Vi ringrazio perché la Vostra solidarietà e la Vostra sacrosanta aspirazione alla giustizia, sono e saranno più forti, e per me più importanti, dei tanti ed assordanti silenzi istituzionali.
Vi ringrazio perché la tensione morale e l’attenzione con la quale seguite il nostro lavoro ci ricordano l’essenza più autentica ed entusiasmante del nostro impegno di magistrati: la ricerca della verità, l’affermazione del diritto come servizio alla collettività, garanzia di uguaglianza ed unica strada per arrivare alla vera libertà.
Porterò sempre in me il significato profondo della Vostra solidarietà.
Ciò che avete fatto oggi mi rende sempre più convinto ed orgoglioso di continuare a servire il mio Paese, cercando di indossare con dignità la stessa toga di chi ha sacrificato perfino la sua vita per amore della GIUSTIZIA.
Palermo, 29 luglio 2013, Nino Di Matteo.

19 Luglio 2013

Oggi è il 19 luglio, ieri è il 19 luglio, domani è il 19 luglio, dopo domani è il 19 luglio, la prossima settimana è il 19 luglio, il prossimo mese è il 19 luglio, i prossimi sei mesi è il 19 luglio e fra un anno è il 19 luglio.

10 Luglio 2013

Nello scenario del meraviglioso Castello di Milazzo, l'ex procuratore aggiunto della procura di Palermo Antonio Ingroia, il neo sindaco di Messina Renato Accorinti, il sindaco di Barcellona Pozzo di Gotto Maria Teresa Collica, il giornalista messinese Antonio Mazzeo, l'Associazione Nazionale Amici Attilio Manca, per discutere degli anni delle stragi di mafia, della connessione tra i "poteri forti" che operano nella provincia di Messina e  la mafia barcellonese e delle scomode verità sulla trattativa Stato-Mafia. Forse qualcosa sta per cambiare nella cosiddetta "provincia babba".

con Antonio Ingroia

02 Luglio 2013

La fatica più grande che io faccio quando parlo con i miei simili, è rivelare a ognuno di loro, che ognuno di loro è un capolavoro assoluto.

Come potrei fare perché le persone ritrovassero quella potenza, quella pienezza, quella energia che avevano intorno ai quattro anni di età, quando agivano secondo i desideri?

Ecco, questa è la via, le persone devono fare solo quello che desiderano e cercare con tutti i mezzi di ribellarsi ad ogni obbligo; una cosa è il dovere, che è un obbligo acquisito e condiviso, una cosa è la sottomissione, dove devi fare qualsiasi cosa l'altro ti chiede.

Veramente credo che se le persone diventassero consapevoli di essere un capolavoro, non solo  tratterebbero se stessi in modo diverso,  con maggiore rispetto, ma smetterebbero di considerare come modelli quei calciatori, l'attore famoso, l'onorevole, tutti modelli assolutamente insignificanti, che fra l'altro se li avvicinaste nella realtà, scoprireste che la loro infelicità è immensamente superiore alla vostra.

Ho fatto domanda alle Nazioni Unite e anche all'Unesco, perché l'essere umano, e cioè ognuno di voi, venga proclamato patrimonio dell'umanità.

Questo perché? Intanto perché potreste andare dal vostro datore di lavoro e dire: guarda che io sono patrimonio dell'umanità, sono il capolavoro più straordinario che la natura ha fatto fin qui in cinque miliardi di anni, e voglio sapere perché tu mi adoperi così male, perché tu adoperi me capolavoro come se uno adoperasse un quadro di Leonardo da Vinci come un vassoio per i cappuccini.

Io capolavoro, voglio vivere nella luce della mia vera preziosità (Silvano Agosti).

23 Giugno 2013

Fausto Coppi

 

Un omino con le ruote
contro tutto il mondo
Un omino con le ruote
contro l'Izoard
e va su ancora
e va su

Viene su dalla fatica
e dalle strade bianche
La fatica muta e bianca
che non cambia mai
E va su ancora
E va su

Qui da noi per cinque volte
poi due volte in Francia
Per il mondo quattro volte
contro il vento due
Occhi miti e naso che divide il vento
occhi neri e seri
guardano il pavé

E va su ancora
E va su
E va su ...

Poi lassù ,
contro il cielo blu
con la neve che ti canta intorno
E poi giù
Non c'e' tempo per fermarsi
per restare indietro
la signora senza ruote
non aspetta più
un omino che non ha
la faccia da campione,
con un cuore grande
come l'Izoard

e va su ancora
e va su
e va su
e va su ...

(Coppi, Gino Paoli)

 

28 Maggio 2013

 «Filosofia», mi disse, «a chi la 'ntende,
nota, non pure in una sola parte,
come natura lo suo corso prende

dal divino 'ntelletto e da sua arte;
e se tu ben la tua Fisica note,
tu troverai, non dopo molte carte,

che l'arte vostra quella, quanto pote,
segue, come 'l maestro fa 'l discente;
sì che vostr'arte a Dio quasi è nepote.

Da queste due, se tu ti rechi a mente
lo Genesì dal principio, convene
prender sua vita e avanzar la gente;

e perché l'usuriere altra via tene,
per sé natura e per la sua seguace
dispregia, poi ch'in altro pon la spene.

Ma seguimi oramai, che 'l gir mi piace;
ché i Pesci guizzan su per l'orizzonta,
e 'l Carro tutto sovra 'l Coro giace,

e 'l balzo via là oltra si dismonta».


(Divina Commedia, Canto XI, Inferno)

16 Maggio 2013

Cari amici, non sono venuto in Kirghisia per mia volontà o per trascorrere le ferie, ma per caso. Improvvisamente ho assistito al miracolo di una società nascente, a misura d’uomo, dove ognuno sembra poter gestire il proprio destino e la serenità permanente non è un utopia, ma un bene reale e comune. Qui sembra essere accaduto tutto ciò che negli altri Paesi del mondo, da secoli, non riesce ad accadere. Arrivando in Kirghisia ho avuto la sensazione di “tornare” in un luogo nel quale in realtà non ero mai stato. Forse perché da sempre sognavo che esistesse. Il mio strano “ritorno” in questo meraviglioso Paese, è accaduto dunque casualmente. Per ragioni tecniche, l’aereo sul quale viaggiavo ha dovuto fare scalo due giorni nella capitale. Qui in Kirghisia, in ogni settore pubblico e privato, non si lavora più di tre ore al giorno, a pieno stipendio, con la riserva di un’eventuale ora di straordinario. Le rimanenti 20 o 21 ore della giornata vengono dedicate al sonno, al cibo, alla creatività, all’amore, alla vita, a se stessi, ai propri figli e ai propri simili. La produttività si è così triplicata, dato che una persona felice sembra essere in grado di produrre, in un giorno, più di quanto un essere sottomesso e frustrato riesce a produrre in una settimana. In questo contesto, il concetto di “ferie” appare goffo e perfino insensato, qui dove tutto sembra organizzato per festeggiare ogni giorno la vita. L’attuale concetto occidentale di ferie, invece, risulta feroce, quanto la concezione stessa del lavoro, non soltanto perché interferisce in modo profondo con il senso della libertà, ma perché ne trasforma e deforma il significato. Nel periodo delle ferie, milioni di persone sono obbligate a divertirsi, così come nel resto dell’anno sono obbligate a lavorare senza tregua, a sognare di trovare un lavoro o a guarire dai guasti e dalle malattie, causate da un’attività lavorativa coatta e quotidiana. Questo meccanismo delle otto ore di lavoro ogni giorno, produce da sempre tensioni sociali, nevrosi, depressioni, malattie e soprattutto la sensazione precisa di perdere per sempre l’occasione della vita. La proposta risanatrice di questi invisibili orrori, si è risolta nello Stato della Kirghisia, dove sono state realizzate una serie di riforme che in pochi anni hanno modificato le abitudini e i comportamenti dei suoi cittadini. La corruzione politica si è azzerata perché in questo Paese, chi appartiene all’apparato governativo, esercita il proprio ruolo in forma di “volontariato”, semplicemente continuando a mantenere per tutta la durata del mandato politico lo stesso stipendio che percepiva nella sua precedente attività. Quando ho saputo che ogni realtà politica nasce da una forma di volontariato, ho finalmente capito perchè, ogni volta che vedo un rappresentante del parlamento italiano parlare alla televisione, c’è qualcosa sul suo volto che rivela un’incolmabile lontananza da ciò che sta dicendo. Ecco, ora mi è chiaro che chiunque abbia, come i nostri deputati occidentali, uno stipendio minimo di quaranta milioni di lire (circa 20.000 euro) al mese, non può in alcun modo essere convincente, in ciò che dice, pensa o fa. Qui in Kirghisia, la possibilità di dedicare quotidianamente alla vita almeno mezza giornata ha consentito la realizzazione di rapporti completamente nuovi tra padri e figli, tra colleghi di lavoro e vicini di casa. Finalmente i genitori hanno il tempo di conoscersi veramente tra loro e di frequentare i propri figli. I parchi sono ogni giorno ricolmi di persone e il traffico stradale è oltre quattro volte inferiore, dato il variare degli orari di lavoro. Le fabbriche sono in attività produttiva continua, ma chi fa i turni di notte lavora solo due ore. Già al terzo anno di questa singolare esperienza è stato rilevato un fenomeno molto importante. Il consumo di droghe, sigarette, alcoolici è diminuito in modo quasi totale e i farmaci rimangono in gran parte invenduti. Certo, tutto ciò può sembrare incredibile a chi, come voi cari amici, è costretto a credere che l’attuale organizzazione dell’esistenza in occidente sia la sola possibile. In Kirghisia, la gestione dello Stato, oltre a essere una forma di volontariato, si esprime in due governi, uno si occupa della gestione quotidiana della cosa pubblica, l’altro si dedica esclusivamente al miglioramento delle strutture. Ho incontrato il Ministro per il Miglioramento delle Attività lavorative che ha in progetto, nel prossimo quinquennio, di ridurre ulteriormente per tutti il lavoro obbligatorio a due ore al giorno invece delle attuali tre. Il Ministro è convinto che solo una umanità liberata dal lavoro possa essere veramente produttiva. E’ anche certo che si possa scoprire l’operosità del fare, solo realizzando, nel tempo libero, ciò che si desidera. Ho fatto bene a decidere di rimanere in Kirghisia, e non me ne andrò finchè continuerò ad avere questa strana sensazione di vivere, qui, all’interno di un sogno comune. Un abbraccio a tutti (Silvano Agosti).

24 Aprile 2013

 Pensa, lettor, se io mi sconfortai
nel suon de le parole maladette,
ché non credetti ritornarci mai.

«O caro duca mio, che più di sette
volte m'hai sicurtà renduta e tratto
d'alto periglio che 'ncontra mi stette,

non mi lasciar», diss'io, «così disfatto;
e se 'l passar più oltre ci è negato,
ritroviam l'orme nostre insieme ratto».

E quel segnor che lì m'avea menato,
mi disse: «Non temer; ché 'l nostro passo
non ci può tòrre alcun: da tal n'è dato.

Ma qui m'attendi, e lo spirito lasso
conforta e ciba di speranza buona,
ch'i' non ti lascerò nel mondo basso».


(Divina Commedia, Canto VIII, Inferno)

01 Aprile 2013

 Io era tra color che son sospesi,
e donna mi chiamò beata e bella,
tal che di comandare io la richiesi.

Lucevan li occhi suoi più che la stella;
e cominciommi a dir soave e piana,
con angelica voce, in sua favella:

"O anima cortese mantoana,
di cui la fama ancor nel mondo dura,
e durerà quanto 'l mondo lontana,

l'amico mio, e non de la ventura,
ne la diserta piaggia è impedito
sì nel cammin, che volt'è per paura;

e temo che non sia già sì smarrito,
ch'io mi sia tardi al soccorso levata,
per quel ch'i' ho di lui nel cielo udito.

Or movi, e con la tua parola ornata
e con ciò c'ha mestieri al suo campare
l'aiuta, sì ch'i' ne sia consolata.

I' son Beatrice che ti faccio andare;
vegno del loco ove tornar disio;
amor mi mosse, che mi fa parlare.


(Divina Commedia, Canto II, Inferno)

 

31 Marzo 2013

L’ultima volta che i presidenti di Camera e Senato, a Parlamento unificato, tuonarono assieme contro qualcuno, fu per mettere in riga il pm Gherardo Colombo che si era permesso di definire la Bicamerale “figlia del ricatto”. Allora erano Violante e Mancino, preclare figure. Oggi sono Boldrini e Grasso a strillare come vergini violate contro Franco Battiato che ha avuto l’ardire di dichiarare: “Mi rallegro quando un essere non è così servo dei padroni, come queste troie in giro per il Parlamento che farebbero qualunque cosa, invece di aprirsi un casino”.
Apriti cielo! Proteste unanimi da destra, centro e sinistra, mobilitazione generale, emergenza nazionale, manca soltanto la dichiarazione dello stato d’assedio con coprifuoco, cavalli di frisia e sacchi di sabbia alle finestre. Boldrini: “Respingo nel modo più fermo l’insulto alla dignità del Parlamento, stento a credere” ecc. Grasso: “Esprimeremo il nostro disagio al governatore della Sicilia per le frasi dell’assessore Battiato”.
Sui cinquanta fra condannati, imputati e inquisiti che infestano il Parlamento, invece, nemmeno un monosillabo. Invece giù fiumi di parole e inchiostro contro il cantautore-assessore che osa chiamare troie le troie. Pronta la mossa conformista del governatore Crocetta, un tempo spiritoso e controcorrente specie sulle questioni di sesso, ora ridotto alla stregua dell’ultimo parruccone politically correct, che mette alla porta il fiore all’occhiello della sua giunta, financo equiparandolo a uno Zichichi qualunque. Si risente pure la Fornero, che è pure ministro delle Pari Opportunità (infatti s’è scordata solo 390 mila esodati).
Certo, il linguaggio usato da Battiato è da pugno nello stomaco, tipico dell’intellettuale indignato che vuol “épater” un Paese cloroformizzato. Ed è facile dire che ci si poteva esprimere in termini meno generici, o aggiungere subito e non dopo che la denuncia riguarda anche le troie-maschio, pronte a vendersi al miglior offerente. Ma andiamo al sodo: è vero o non è vero che il Parlamento, anche questo, è pieno di comprati, venduti, ricomprati e rivenduti? È lo spirito losco del Porcellum (nomen omen) che porta alla prostituzione della politica, alla nomina dei servi dei partiti e innesca la corsa sfrenata al servaggio e al leccaggio per un posto al sole. E come li vogliamo chiamare questi servi, che si vendono la prima volta per farsi candidare in cima a una lista e poi magari si rivendono per voltar gabbana a seconda delle convenienze? Passeggiatrici? Lucciole? Mondane? Falene? Peripatetiche?
Chi voleva capire ha capito benissimo: accade a tutti di dare della “troia” a chi, maschio o femmina, è disposto a tradire e a tradirsi per un piatto di lenticchie o a vendersi per far carriera. Ma, nel Paese di Tartuffe, che con buona pace di Molière è l’Italia e non la Francia, ci si straccia le vesti appena qualcuno squarcia il velo dell’ipocrisia e dice pane al pane: ieri sui ricatti della Bicamerale, oggi sulla mignottocrazia (copyright Paolo Guzzanti).
Battiato(foto) è come il bambino che urla “il re è nudo” e la regina è troia. Tutta la corte intorno sa benissimo che è vero, ma arrota la boccuccia a cul di gallina e prorompe in urletti sdegnati. Lo sa tutto il mondo come e perché sono stati / e eletti / e certi / e cosiddetti / e onorevoli. Persino in India, dove la Ford si fa pubblicità con un cartoon che ritrae lo statista di Hardcore col bagagliaio dell’auto pieno di mignotte. I primi a saperlo sono i nostri giornali, che han pubblicato centinaia di intercettazioni sulle favorite del Cainano e sulla compravendita dei parlamentari, e ora menano scandalo perché Battiato, dopo averci scritto una splendida canzone Inneres Auge), li chiama per nome. E non si accorgono neppure che il loro finto sdegno non fa che confermare le parole di Franco. Se uno accenna ad alcune troie e si offendono tutti, la gente penserà: “Però, guarda quante sono! Credevo di meno…” (Marco Travaglio,Il Fatto Quotidiano).


 

13 Marzo 2013

Nessun insegnante ha mai insegnato qualcosa a qualcuno. La gente in fondo è autodidatta. La parola "educatore" deriva dal latino "educare", verbo simile a "edùcere" che significa guidare, condurre. E appunto questo l'educatore deve fare: guidare, essere entusiasta, capire se stesso, mettere tutto questo sotto gli occhi degli altri e dire: "Guardate è meraviglioso".

Le scuole spesso sono luoghi senza allegria e senza vitalità che soffocano i giovanissimi e distruggono la creatività e la gioia. Dovrebbero essere i luoghi più festosi del mondo perché, sapete, la gioia più grande è imparare.

Imparare qualcosa è fantastico perché ogni volta che imparate qualcosa, diventate qualcosa di nuovo (L. Buscaglia).

02 Marzo 2013

con Marco Travaglio

Cari amici, grazie ai mille e più fiorentini, "e qualche siciliano", che martedì sono stati calorosissimi al teatro Obihall con me e con Isabella Ferrari per il nostro spettacolo "E' stato la mafia". Siamo molto soddisfatti: tanta gente, soprattutto giovani. Nessun lancio di ortaggi, nessun caso di coma o di letargo, molto applausi. Isabella Ferrari super a interpretare due monologhi di Gaber, e a leggere brani di Pertini, Flaiano, Pasolini e Calamandrei (Marco Travaglio).

 

14 Febbraio 2013

Antonio Ingroia

Sono perfettamente d’accordo con le proposte di Antonio Ingroia, le condivido e mi sento in piena sintonia con lui e con il movimento che sta crescendo al suo fianco. Credo che in questa fase particolare della vita politica italiana ci sia un gran bisogno di persone come lui che hanno un passato di vita, anche rischiosa, interamente dedicata al Paese. Ingroia è uno di quelli che fanno i fatti e non le chiacchiere. Mi auguro che riesca con il suo movimento a cambiare realmente l’Italia, perché c’è un gran bisogno di cambiamento.
Non è un’impresa facile. Questo nostro Paese è regredito a livelli vergognosi con il ventennio di Berlusconi. Mi auguro che, con Ingroia, si ritrovi il senso dell’onestà, del rispetto delle leggi, del rispetto del bene comune e della cosa pubblica, insomma una rivoluzione civile come dice il suo slogan. L’Italia è composta in gran parte di gente onesta e operosa e vi è una enorme indignazione per tutte queste ruberie che si sono avute anche nel mondo della politica. Serve quindi una nuova moralità pubblica che è completamente sparita e servono persone che guardino agli interessi della collettività e che portino avanti una lotta efficace all’economia criminale che ormai è molto ramificata da nord a sud.
Sono d’accordo con Ingroia anche quando dice che i lavoratori e il ceto medio hanno pagato la gran parte del costo della crisi. Il professor Mario Monti è persona onesta e rispettabile, ma è un economista di destra e le sue ricette economiche sono di destra. Con la crisi è cresciuto il divario fra i ricchi e i poveri nel nostro Paese.
La Ricerca scientifica e quella finalizzata all’innovazione è fondamentale per lo sviluppo di un paese. E’ una voce che non va assolutamente tagliata, al contrario bisogna investire nella ricerca perché è quel settore che fa crescere e aiuta ad uscire dalla crisi. I tagli si sono abbattuti anche sulle università, ma è un errore. Le nostre università sono buone nonostante i casi di nepotismo e clientelismo che si sono verificati. La dimostrazione sulla buona qualità dei nostri atenei l’abbiamo quando vediamo i nostri ricercatori che vanno all’estero. Si trovano tutti bene perché sono ben preparati. Non si può tagliare sul sapere e sulla conoscenza. Lo stesso discorso vale per la scuola. Gli insegnanti hanno il compito delicatissimo di preparare e formare i ragazzi e si ritrovano umiliati da stipendi bassi e scarsa considerazione del loro lavoro. Questo crea frustrazione.
E invece bisogna ritrovare la fiducia in noi stessi e nel futuro del nostro Paese. L’impegno di Antonio Ingroia va nella giusta direzione (Margherita Hack).

 

05 Febbraio 2013

L'amore si impara, come qualunque altra cosa nella vita. Non è definibile a parole, è piuttosto un modo di vivere, di essere e di sentirsi. Se si assimila questo concetto nella forma più piena, si può alla fine ottenere dalla vita il premio più ambito: quello di essere completamente se stessi.

 

26 Gennaio 2013

con Claudio Santamaria

 

A te che che sogni una stella ed un veliero
che ti portino su isole dal cielo più vero
a te che non sopporti la pazienza
o abbandonarti alla più sfrenata continenza
a te hai progettato un antifurto sicuro
a te che lotti sempre contro il muro
e quando la tua mente prende il volo
ti accorgi che sei rimasto solo
a te che ascolti il mio disco forse sorridendo
giuro che la stessa rabbia sto vivendo
stiamo sulla stessa barca io e te
ti ti ti ti ti ti ti ti ti ti ti . . .
a te che odi i politici imbrillantinati
che minimizzano i loro reati
disposti a mandare tutto a puttana
pur di salvarsi la dignità mondana
a te che non ami i servi di partito
che ti chiedono il voto un voto pulito
partono tutti incendiari e fieri
ma quando arrivano sono tutti pompieri
a te che ascolti il mio disco forse sorridendo
giuro che la stessa rabbia sto vivendo
stiamo sulla stessa barca io e te
ti ti ti ti ti ti ti ti ti ti ti . . .

Rino Gaetano

 

19 Gennaio 2013

Oggi avrebbe compiuto 73 anni. Per non dimenticare.

Paolo Borsellino

 

Non mi piace dire che era un uomo eccezionale, perché non era un uomo eccezionale; era un uomo normale, la vera normalità che molti di noi non sanno vivere - era un uomo che amava la vita profondamente, era un uomo buono, un uomo di una generosità veramente straordinaria.

Era un uomo che anche in mezzo alle difficoltà più estreme sapeva mantenere questa serenità che veniva fuori da questo suo sorriso straordinario. Io credo che chiunque abbia visto anche soltanto una fotografia di Paolo, davvero sia rimasto colpito da questo sorriso, che non necessariamente era sulle sue labbra - anche se c'era spesso - ma che traspariva da tutta la sua espressione. Mia figlia dice: “Il sorriso di zio Paolo cominciava dai baffi”. Ed è vero perché aveva questa espressione sorridente, questo sorriso che non si sapeva localizzare in nessuna parte del viso, ma esprimeva questo sorriso, quando lo si guardava.

Era un uomo che così, istintivamente, era amatissimo dai giovani. Quando andava, come andava molto spesso, nelle scuole, a parlare di Giustizia, di legalità, a cercare di fare innamorare i ragazzi di questa Giustizia e di questa legalità che lui amava così profondamente, si instaurava un feeling immediato, forse perché gli piaceva scherzare, perché usava un linguaggio molto simile a quello dei giovani. Ha avuto anche lui tre figli, tre ragazzi, che hanno la stessa età dei miei figli e lui li seguiva molto da vicino. Questo lo aiutava a essere molto vicino ai ragazzi che lo sentivano vicino. Era facile volergli bene, era facile restare davvero affascinati da questa sua figura. Forse per tutto quello che davvero traspariva dalla sua persona.

Era talmente tanto quello che aveva dentro, che straripava anche all'esterno. La prova è data da tutte le persone che, dopo la sua morte, lo sentivano così vicino da piangerlo, da chiamarlo Paolo. Tutte le persone che hanno cercato in tutti i modi di riversare tutto questo su di noi familiari. Abbiamo avuto gente che ci ha scritto da tutte le parti del mondo - le ultime lettere addirittura, giunte successivamente alla morte di Paolo, dall'Australia, dal Giappone. Questa figura era talmente universale, come l'amore d'altro canto, era talmente vera ed universale che quell'esplosione l'aveva veramente moltiplicato, l'aveva trasportato in tutti i posti, l'aveva fatto arrivare dovunque. Non solo, in questi anni ho parlato a centinaia di migliaia di ragazzi - non so quante scuole ho visitato in questi anni. I ragazzi si innamorano di Paolo, lo riconoscono come testimone, lo riconoscono come modello. Spesso, a partire da questa conoscenza, decidono di impegnarsi, di fare qualcosa.

Non sapete quanti ragazzi dopo la morte di Giovanni e di Paolo abbiano deciso di iscriversi a giurisprudenza! Non per uno spirito di imitazione, perché non credo che aspirassero alla fine che avevano fato Paolo e Giovanni. Era presa di coscienza, era voglia di dire: “Continuo io”, “Ci sono io”. Era un modo di restare talmente affascinati da questa figura, da dire: “Ci voglio provare. Voglio provare a conoscere che cosa era questa cosa così bella, così affascinante per cui addirittura si può dare la vita. Paolo lo diceva, diceva: “E' bello morire per qualche cosa in cui si crede”. Quando qualcuno gli diceva: “Ma non hai paura?”, lui diceva: “E' bello morire per quello in cui si crede. Chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una sola volta”. E aggiungeva: “E poi io sono Cristiano e un Cristiano non crede alla morte”. Lui guardava veramente alla morte come a un passaggio, tanto da parlarne con questa grande serenità che gli permetteva di dire non “Se mi ammazzeranno”, ma “Quando mi ammazzeranno”.

Ecco, io credo che i ragazzi non abbiano bisogno di storie, di parole, che spesso li stancano e li annoiano. Hanno bisogno di fatti e allora anche se queste sono parole, quelle che raccontano di Paolo, raccontano i fatti, dei fatti concreti di persone vere, di persone che hanno creduto talmente in quello che facevano, non perché eroi - perché non erano affatto degli eroi - ma perché persone normalissime che avevano scelto di non scendere a compromessi con niente, né con sé stessi, né con la vita, né con niente altro. La coerenza della scelta, la coerenza della vita. I ragazzi questo lo avvertono, lo avvertono e sono delle persone concrete, vere con cui ci si può provare. L'ho detto a dei ragazzi al termine di un incontro: “Io so che ognuno di voi può essere Paolo Borsellino soltanto che lo voglia. Ma non per imitarlo - non serve imitare, ognuno deve essere sé stesso - ma ognuno ha dentro di sé la possibilità e la capacità di essere Paolo Borsellino nel senso di essere uomo o donna coerente con le proprie scelte, con le proprie idee, con i valori della vita.

Un'altra cosa vi dico di Paolo. Paolo diceva una frase che nella sua banalità è sconvolgente, perché come il Vangelo impegna in maniera radicale, diceva: “Ognuno deve fare la sua parte, ognuno per quello che può, ognuno per quello che sa, ognuno nel suo piccolo”. Da qui non scappa nessuno. Quante volte mi sentivo dire: “Ma io che posso fare?” Nelle scuole elementari, i bambini giustamente mi dicevano “Ma noi piccoli, che cosa possiamo fare?”. Ognuno la sua parte. Non c'è nessuno che possa dire: “Io non posso fare niente”. No, perché ognuno di noi può mettere quello che è, non tanto quello che ha, ma quello che è. Ognuno di noi è, ognuno di noi è sé stesso, soltanto che lo voglia, soltanto che decida di saperlo (Rita Borsellino).
 

14 Gennaio 2013

Dori Ghezzi, quando organizzò a teatro il tributo a Fabrizio De Andrè a cui parteciparono i big della canzone, riservò 250 posti per me, e io mi presentai a teatro con i miei derelitti. Qualcuno dell'organizzazione intendeva mandarli nel loggione, confinarli lassù, con la scusa che non c'era più spazio a disposizione.
<<Non vi preoccupate>> dissi <<ci penso io>>. Fermai il traffico della sala e come un vigile li feci sedere in platea, tre qui, due là, tossici, barboni, prostitute accanto a notai, dame e politici.
<<No, li no>> mi intimarono. << Li ci va il ministro della cultura Giovanna Melandri>>.
<<Allora le mettiamo accanto una puttana delle vecchie case, vedrai come esce arricchita dall'incontro!>>.
Erano tutti molto preoccupati, mi chiedevano garanzie su ciò che sarebbe successo e io li tenevo sulle spine rispondendo che non potevo saperlo, essendo io un prete, non un indovino. Invece sapevo benissimo ciò che poi accadde: i miei emarginati erano quelli che durante le canzoni piangevano veramente ( Così in terra come in cielo, Don Andrea Gallo).
 

13 Dicembre 2012

con Angelo Branduardi

 

No, non perdetelo il tempo ragazzi,
non è poi tanto quanto si crede;
date anche molto a chi ve lo chiede,
dopo domenica è lunedì.
Vanno le nuvole coi giorni di ieri,
guardale bene e saprai chi eri;
lasciala andare la gioia che hai,
un giorno forse la ritroverai.
Camminano le ore,
non si fermano i minuti;
se ne va, è la vita che se ne va;
se ne va, di domani nessuno lo sa.
Dopo domenica è lunedì.
No, non perdiamolo il tempo ragazzi,
non è poi tanto quanto pensate;
dopo l'inverno arriva l'estate
e di domani nessuno lo sa.
Camminano le ore,
non si fermano i minuti;
se ne va, è la vita che se va;
se ne va, dura solo il tempo di un gioco;
se ne va, non sprecatela in sogni da poco;
Se ne va, di domani nessuno lo sa.
Non si fermano i minuti,
dopo domenica è lunedì.
Camminano le ore
ed il tempo se ne va;
non si fermano i minuti,
di domani nessuno lo sa.
Dopo domenica è lunedì.
No, non perdetelo il tempo ragazzi,
non è poi tanto quanto si crede;
non è da tutti catturare la vita,
non disprezzate chi non ce la fa.
Vanno le nuvole coi giorni di ieri,
guardale bene e saprai chi eri;
è così fragile la giovinezza,
non consumatela nella tristezza.
Dopo domenica è Lunedì

Angelo Branduardi

26 Novembre 2012

1) Normalmente le grandi domande sull’esistenza nascono in presenza del dolore, della malattia, della morte e difficilmente in presenza della felicità che tutti rincorriamo, che cos’è per lei la felicità?
In presenza del dolore, della malattia e della morte possono nascere domande doloranti, malate o mortali, mentre in uno stato di reale felicità nascono delle risposte esaustive e permanenti.
Penso che la felicità sia reale solo quando l’armonia interiore coincide in modo permanente con l’armonia esterna, allora svanisce il peso del corpo, scompare la consistenza del tempo e persiste una sorta di serena commozione del sentimento di vita. Ma ciò accade solo quando l’essere umano può scoprire di essere il massimo capolavoro che la natura ha creato in 5 miliardi di anni, ovvero quando la comunità sociale è organizzata per garantirgli il necessario per vivere, compreso il tempo quotidiano.

2) Maestro Agosti cos’è per lei l’amore?
La capacità di divenire totalmente ciò che si ama o chi si ama, rimanendo se stessi.
L’amore si caratterizza nell’assenza di qualsiasi giudizio nei confronti della persona amata, nel persistere intatto del sentimento al di là dei comportamenti di chi si è deciso di amare e nel crescere progressivo del sentimento d’amore nel corso del tempo.

3) Come spiega l’esistenza della sofferenza in ogni sua forma?
La sofferenza è il segnale di un’anomalia, della mancanza di una risposta ai bisogni più elementari della vita. L’essere umano che vive la serenità di avere del buon cibo, lavorando non più di tre ore al giorno, e gli viene garantita un’abitazione, tanti amici, molti amori, la possibilità di conoscere il proprio corpo e l’ambiente nel quale vive, un tale essere umano non si ammala, non conosce depressioni e neppure alcuna forma di sofferenza.

4) Cos’è per lei la morte?
La morte, come la nascita è l’attuale confine dell’esistenza umana e, proprio come la nascita, se avviene nei tempi previsti dalla natura, è un evento altamente positivo. Morire, come io desidero a 99 anni, quando l’energia vitale, come la cera di una candela, si è del tutto consumata, è un evento non solo desiderabile, ma amico. Ecco una delle mie poesie sulla morte, una poesia dedicata alla vita:

Alla Vita
E se tu mi sarai vicina
Accoglierò con gentilezza
anche la morte se mai verrà,
come un amico che torna,
affrendole uno sguardo
di stupore che a lei tanto piace.

Spesso invece le persone confondono la morte con l’interruzione dell’esistenza e hanno ragione di temerla perché un conto è morire al confine estremo della vita un conto è morire anzitempo.
Ma peggio che morire è essere condannati a non vivere, costretti cioè a lavorare otto dieci ore al giorno, a convivere con persone disamate, senza amici, non potendo neppure conoscere i propri figli, venire assaliti ogni giorno all’ora di pranzo da telegiornali che continuano a narrare di morti, omicidi, stupri, delinquenze e criminalità legalizzate. Obbligati cioè a solo esistere e a non vivere.

5) Sappiamo che siamo nati, sappiamo che moriremo e che in questo spazio temporale viviamo costruendoci un percorso, per alcuni consapevolmente per altri no, quali sono i suoi obiettivi nella vita e cosa fa per concretizzarli?
La maggioranza delle persone non può costruirsi alcun percorso, può solo subire il percorso obbligato che chi li domina stabilisce, dal datore di lavoro, alla moglie, alle micidiali pressioni dello Stato.
Il mio obiettivo è difendere il tempo della vita da qualsiasi aggressione lavorativa o di possesso amoroso.

6) Abbiamo tutti un progetto esistenziale da compiere?
Ogni essere umano è all’origine un assoluto capolavoro e porta in sé la testimonianza della propria unicità creativa, nessuno è mai nato come lui prima di lui e nessuno nascera’ mai come lui dopo di lui. Il progetto cui ognuno avrebbe diritto sarebbe quello di rimanere se stesso e continuare ad esserlo, come lo è all’età di tre o quattro anni quando agisce esclusivamente secondo i propri bisogni e desideri, si nutre, gioca, sorride e ama. Invece degli esseri umani in questa occidentale perversa società vengono creati ragionieri, mariti, direttori, operai, insegnanti, attori, artisti, papi, presidenti, delinquenti, malati etc etc.

7) Siamo animali sociali, la vita di ciascuno di noi non avrebbe scopo senza la presenza degli altri, ma ciò nonostante viviamo in un’epoca dove l’individualismo viene sempre più esaltato e questo sembra determinare una involuzione culturale, cosa ne pensa?
Viene esaltato un individualismo fasullo, viene premiata con la popolarità una vera e propria demenza espressiva, la trivialità, la ricchezza monetaria, spesso originata dal furto e dalla collusione con la criminalità organizzata. Vengono definiti onorevoli esseri perfettamente disonorevoli.
Avete mai visto alla televisione una rubrica fissa sulla vita gestita dai premi Nobel? Certo che no.

8) Il bene, il male, come possiamo riconoscerli?
Il male è la sola forma di bene che un essere disperato può compiere. Eliminiamo la disperazione, facciamo in modo che tutti abbiano ciò di cui necessitano per essere sereni ed elimineremo il male. Come è possibile non compiere il male in una realtà nella quale la signora Bonomi di Milano possiede oltre 140.000 appartamenti e c’è gente, molta gente che ancora vive ammassata in un bilocale che dalla stessa Bonomi viene affittato al prezzo di tre quarti dello stipendio percepito da quelli che lo abitano?

9) L’uomo, dalla sua nascita ad oggi è sempre stato angosciato e terrorizzato dall’ignoto, in suo aiuto sono arrivate prima le religioni e poi, con la filosofia, la ragione, cosa ha aiutato lei?
L’uomo non è affatto angosciato dall’ignoto, anzi, ne è affascinato, se ha il tempo vitale per esplorarlo. Ma le condizioni attuali di vita sul pianeta per la maggior parte degli esseri sono ferocemente collegate alla mancanza di cibo, di dignità, di libertà e di rispetto. Le religioni hanno solo ammassato ingenti patrimoni per sè, fingendo di aiutare gli uomini, contribuendo in modo fondamentale ad angosciarli per poi vendere loro finte consolazioni.
La filosofia ha forse consolato poche centinaia di privilegiati e non certo i miliardi di derelitti che vengono quotidianamente e cinicamente oppressi ed umiliati. La ragione ha da secoli il dito indice accusatore puntato contro chi opprime l’umanità, ma che ragione ci può essere su un pianeta in cui chi è al potere lascia volontariamente che muoiano ogni giorno 35.000 bambini di fame? O in uno stato che vende ai suoi cittadini e lucra con un prodotto sul quale sta scritto QUESTO PRODOTTO TI UCCIDE.

10) Qual è per lei il senso della vita?
Poterla vivere essendo lasciati in pace da quel branco di mentecatti malati di potere che neppure si accorgono che impedendo al mondo di vivere lo impediscono anche a se stessi. Insomma vivere insieme agli altri come ho descritto nel mio libro LETTERE DALLA KIRGHISIA.

 

20 Novembre 2012

Saranno state le 18, quando uscito di casa per dirigermi alla fermata dell'autobus, nell'attraversare la strada, venivo bloccato dal suono assordante delle sirene di almeno 15 pattuglie della polizia. Inizialmente ho pensato ad un blitz organizzato delle forze dell'ordine, poi ad un possibile trasferimento di un pericoloso mafioso in un altro carcere, infine alla scorta di un importante pentito o un grande magistrato. E' stato solo quando mi sono passati di fronte che mi sono reso conto di cosa stava accadendo: tre autobus stracolmi di tifosi ultras della squadra ospite, terminata la partita di calcio, venivano scortati fuori dalla città di Firenze.
L'immagine a cui ho assistito ha destato in me stupore e anche un pò di tristezza. Non tanto il pensiero di quanti soldi pubblici impiegati, attraverso l'utilizzo di poliziotti e pattuglie, per interessi esclusivi di club privati, quanto gli sguardi e gli atteggiamenti che quei tifosi hanno avuto in quei secondi in cui mi passavano davanti. Mi è sembrato di assistere ad una scena a rallentatore di un film degli anni '50 dove peró l'atmosfera cupa e malinconica di quei anni in bianco e nero veniva sostituita da un grigiore di violenza e stupidità. Gli sguardi di quei tifosi erano vuoti, spenti, ma che comunicavano, attraverso movimenti scomposti e gesti volgari, una voglia costante di aggredire come unica forma di comunicazione. Ironicamente, l'immagine di loro, stretti nell'autobus con poca possibilità di movimento, mi ha riportato alle immagini di alcuni servizi televisivi che documentano, purtroppo, la condizione di tanti cani maltrattati in alcuni canili. Pensando che io fossi un tifoso della fiorentina, hanno concentrato, in quei pochi secondi, tutta la loro rabbia su di me, con continue provocazioni e insulti. Meravigliato per questo atteggiamento nei miei confronti, non ho provato un sentimento di sfida o reazione verso di loro, ma una profonda tristezza che nasceva dalla ricerca delle motivazioni che spingono un essere umano ad apparire a volte come un feroce animale. A tal proposito riporto delle parole di Franco Battiato, tratte dalla canzone Povera Patria, che racchiudono in maniera poetica questo mio triste episodio.
 


Ma come scusare
le iene negli stadi
e quelle dei giornali?
Nel fango affonda
lo stivale dei maiali.
Me ne vergogno un poco,
e mi fa male
vedere un uomo
come un animale.

12 Novembre 2012

Per vedere quello che abbiamo davanti al naso, scriveva George Orwell, serve uno sforzo costante. Capire cosa sta avvenendo in Italia sembra cosa semplice ed è invece cosa assai complessa. Bisogna fare uno sforzo che coincide con l'ultima possibilità di non subire la barbarie. Perchè, come sempre accade, il fango arriva. La macchina del fango sputa contro chiunque il governo consideri un nemico. L'obiettivo è un messaggio semplice: siete tutti uguali, siete tutti sporchi. Nel paese degli immondi nessuno osi criticare, denunciare. La macchina del fango, quando ti macina nel suo ingranaggio, ti fa scendere al livello più basso. C'è un'epigrafe sulla macchina del fango. Questa: "Qualunque notizia sul tuo privato sarà usata, diramata, inventata, gonfiata". E allora quando stai per criticare una malefatta, quando decidi di volerti impegnare, quando la luce su di te sta per accendersi per qualcosa di serio, beh allora ti fermi. Perchè sai che contro di te la macchina del fango è pronta, che preleverà qualsiasi cosa, vecchissima o vicina, e la mostrerà in pubblico. Con l'obiettivo non di denunciare un crimine o di mostrare un errore, ma di costringerti alla difesa. L'altro obiettivo della macchina del fango è intimidire. In Italia il gossip è lo strumento di controllo e intimidazione più grande che c'è. L'obiettivo è controllare la vita delle persone note a diversi livelli, in modo da poterne condizionare le dichiarazioni pubbliche. La macchina del fango cerca di capovolgere la realtà, la verità. A tutto questo si risponde non sentendosi migliori, ma, con tutte le nostre debolezze e i nostri errori, sentendosi diversi (Quel fango su tutti noi di Roberto Saviano).

15 Ottobre 2012

Signor ministro, mi piacerebbe che questa mail arrivasse fino a Lei e non ad uno dei suoi segretari o membri del suo staff, per poterLe trasmettere, con le mie parole, tutta l'indignazione che provo per le Sue ultime dichiarazioni e per i provvedimenti che il Suo governo intende prendere riguardo alla scuola .
Mi presento: mi chiamo Antonietta Brillante; sono dottore di ricerca in filosofia politica; ho ottenuto tre abilitazioni all'ultimo concorso indetto alla fine degli anni 90; sono entrata di ruolo nella scuola pubblica nel 2004 e attualmente insegno filosofia e scienze della formazione presso il Liceo Forteguerri di Pistoia.
In base a quanto ho appena letto su alcuni quotidiani, Lei ha argomentato la proposta di portare a 24 ore settimanali l'attività di insegnamento dei docenti della scuola secondaria, sostenendo che "bisogna portare il livello di impegno dei docenti sugli standard dell'Europa occidentale".[*]
Mi chiedo e Le chiedo se Lei è mai stato in una scuola di un Paese dell'Europa occidentale, possibilmente del nord-Europa. E' un interrogativo che non mi pongo da oggi, ma che oggi, a fronte delle Sue ultime dichiarazioni, si fa più impellente ed esige una risposta precisa.
Ebbene, io Le posso dire che ci sono stata. Quattro anni fa, sono stata in Danimarca, in un paesino dello Jutland, Skive, per due settimane. Ho accompagnato una classe ad uno scambio e, dal momento che insegno in un Liceo pedagogico, abbiamo visitato, full-time, per 14 giorni, scuole di ogni ordine e grado: dai Kindergarten ai Licei. Le posso anche dire che le nostre scuole, per quanto riguarda le strutture, i materiali didattici, gli spazi e i tempi della didattica, sono proprie di un Paese arretrato e sottosviluppato: e di questo, la responsabilità è di chi ha deciso, da vent'anni a questa parte che, prima, per entrare in Europa, poi, per far fronte alla crisi, bisogna tagliare la spesa pubblica, cioè la scuola, la sanità, le pensioni (sia mai le spese militari - vedi acquisto degli F 135 - o le missioni militari all'estero). Per inciso, "ricette" per le quali non è necessario un governo di "tecnici", né lo stipendio di ministro o di parlamentare: le saprei proporre pure io, che mi occupo di altro e ho ben altre competenze.
A Skive mi sono resa conto che, per quanto riguarda il curriculum di studi e la didattica, con eccezione di quella che prevede l'uso di laboratori, noi non abbiamo niente da invidiare ai Paesi europei. Non solo il livello di preparazione dei colleghi danesi non era certo superiore al mio o a quello di molti colleghi italiani, ma ho anche rilevato che, per quanto riguarda lo studio analitico dei testi e delle fonti (siano essi letterari, storici o filosofici), mediante il quale gli alunni conseguono diverse competenze, molti docenti italiani potrebbero avere qualcosa da insegnare a quei colleghi.
A Skive ho anche scoperto che i colleghi danesi, che lavorano 18 ore alla settimana, per un anno scolastico di 200 giorni, percepiscono uno stipendio medio di 3.000 euro (parlo di 4 anni fa), a fronte di uno stipendio, quale è il mio, di 1.380 euro, che tale resterà fino al 2017. Non solo: i colleghi di Skive, quando hanno compiti da correggere, inviano una copia in un ufficio a Copenaghen, che calcola il tempo medio di correzione per il numero di alunni e computa, su quelle basi, un compenso aggiuntivo. I docenti di Skive non devono controllare gli alunni durante i lunghi intervalli e neppure hanno l'obbligo di incontrarsi con i genitori, perché il rapporto privilegiato è quello diretto: docente-discente (unica eccezione: 5 minuti di colloquio a quadrimestre, concessi ai genitori degli alunni che frequentano il primo anno).
Ministro, sono questi gli standard europei!
Io sono un'ottima insegnante: non solo perché ho un livello di preparazione nelle mie discipline persino superiore a quello che è richiesto ad un docente di scuola superiore, ma perché ho la capacità - lo attestano i riconoscimenti degli ex alunni e delle loro famiglie - di coinvolgere gli studenti, di sollecitare la loro attenzione, il loro interesse e la loro curiosità. Sono una professionista e come tale voglio essere considerata e trattata. Questo significa anche, signor ministro, che io non lavoro 18 ore, perché, quando torno a casa, leggo, studio, mi auto-aggiorno; preparo nuovi percorsi didattici e di approfondimento adeguati alle classi nelle quali mi trovo ad insegnare, che sono diverse ogni anno, e per le quali è prevista, proprio dal Suo Ministero, una programmazione ad hoc. Correggo i compiti, tanti compiti e non faccio test a crocette, "a risposta chiusa", per i quali la correzione richiederebbe meno tempo e fatica, perché ritengo che con quei test i ragazzi imparerebbero poco e la stessa valutazione non sarebbe adeguata, ma propongo quesiti a risposte aperte e saggi brevi. E quando correggo, non mi limito a fare segni rossi, ma suggerisco alternative corrette. Ha idea di quanto tempo ci voglia?
Io non sono un'eccezione tra i docenti della scuola italiana, perché, fortunatamente, le nostre scuole possono contare su una grande maggioranza di professionisti, che credono nel loro lavoro e lo svolgono con passione ed impegno: che lo praticano come Beruf.
Quanto all'aumento delle ore di insegnamento: Lei sa cosa significa insegnare, cioè svolgere attività didattica per lo più frontale o lezione guidata, perché non abbiamo altri strumenti a disposizione, per 24 ore alla settimana? Lo ha mai fatto? Basterebbe informarsi rapidamente, chiedendo il parere ad alcuni colleghi, i maestri e le maestre della scuola dell'infanzia e della scuola primaria, che già lavorano 24 ore alla settimana. Per quanto mi riguarda, Le posso dire una cosa: ho svolto diversi lavori prima di incominciare ad insegnare e nulla è più faticoso che guidare un gruppo di alunni sulla strada della conoscenza, del sapere. E' una fatica fisica e mentale. E quello che affermo non ha niente a che vedere con il problema della disciplina, con il fatto di dover alzare la voce per farsi ascoltare: un problema che non ho mai avuto, neppure quando svolgevo supplenze temporanee o insegnavo nella scuola secondaria di primo grado a ragazzini più piccoli.
E a proposito di standard europei, signor Ministro, mi fa piacere informarLa che a Skive, e nelle altre scuole danesi che ho visitato, i miei colleghi non solo non hanno cattedre di formica verde, ma hanno un piccolo studio dove possono fermarsi, nelle ore libere tra un impegno e l'altro, e correggere compiti, studiare, riposarsi. Hanno in dotazione computer; hanno sale-professori attrezzate con cucine, salottini con tavolini e divani, distributori gratuiti di bevande calde e fredde. Vuole venire a Pistoia, signor ministro, a vedere che cosa ho a disposizione io, nella mia scuola, quando devo restare intere giornate, perché ho riunioni pomeridiane, e non posso rientrare a casa, non tanto perché la mia abitazione dista 40 km dalla scuola, ma perché il servizio di trasporti regionale è talmente disastroso sulla linea Firenze-Pistoia, che sono costretta a trascorrere intere giornate fuori casa?
Venga, e le mostrerò volentieri la sala-professori, i bagni per gli insegnanti e, se vorrà vederli, anche quelli per gli studenti; se viene quando il freddo sarà arrivato, si copra bene, perché lo scorso anno, a gennaio, per diversi giorni, la temperatura, nelle aule, non superava i 10°. Le mostrerò volentieri le lavagne di ardesia, dove tento di presentare mappe concettuali con gessi talmente scadenti che le cimose polverose non riescono a cancellare i segni. Le mostrerò le poche aule che hanno carte geografiche degne di un mercato del modernariato e quelle invece ancora più spoglie, dove, però, può darsi che penzoli un crocifisso privo di una gamba o di un braccio.
Lei afferma che i soldi risparmiati aumentando le nostre ore di lezione, cioè impiegando meno personale docente e aggravando le difficoltà di una scuola già stremata, verranno investiti in futuro per creare scuole di standard europeo. Non le credo. Sono false promesse e pure offensive per chi nella scuola pubblica lavora e per chi crede nella sua funzione e importanza. Se quella fosse stata la Sua intenzione e l'intenzione del Suo governo, avreste dovuto cominciare perlomeno a darci dei segnali nel corso di questi mesi: non solo questi segnali non ci sono stati, ma quelli che abbiamo visto e vediamo vanno in direzione opposta: l'affossamento e la distruzione della scuola pubblica (per non parlare dell'università).
Il demagogismo non mi attira, né mi attraggono le pulsioni anti-casta. Eppure, signor Ministro mi sento di dirLe che Lei, come molti uomini e donne che hanno responsabilità politiche, siete, parafrasando il titolo di un bel libro di Marco Belpoliti, "senza vergogna": ed è ora, invece, che la vergogna venga riscoperta come virtù civile, e diventi il fondamento di un'etica pubblica, per un Paese, la cui stragrande maggioranza di cittadini e di non-cittadini non merita di essere rappresentata e guidata da una classe politica e "tecnica", ammesso che questa parola abbia un senso, weberianamente miope, non lungimirante, sostanzialmente incapace di pensare all'interesse pubblico, ai beni comuni, e di agire per essi.
Domani sarò in piazza, signor ministro, a gridare con la poca voce che ho la richiesta delle Sue dimissioni! Antonietta Brillante
[*] Piccola nota informativa: è vero che i "colleghi tedeschi" - come Lei ha dichiarato - hanno un orario settimanale di 24 ore, ma le loro "ore" sono di 45 minuti. Un rapido conto: 1080 minuti. Ciò significa che anche noi, lavoriamo già 24 ore! Basta una semplice moltiplicazione: 24 x45; 60x18. Altre sono le differenze rispetto ai colleghi tedeschi, tra le quali il fatto che il loro salario medio è di 1.300 euro superiore al mio. Ne vogliamo parlare?

 

04 Ottobre 2012

Per chi viaggia in direzione ostinata e contraria col suo marchio speciale, di speciale disperazione e tra il vomito dei respinti muove gli ultimi passi per consegnare alla morte, una goccia di splendore di umanità... di verità. (Tratto da Smisurata Preghiera di F. De Andrè)

29 Settembre 2012

Mi piace constatare che i bambini producono sapienza e, se lasciati in pace, sanno offrire un territorio culturale vasto e inimitabile. Chissà quando gli esseri umani si renderanno finalmente conto di non essere se stessi, o di esserlo solo fino ai tre anni di età e poi, nella crescita, attraverso i vari sistemi educativi, ognuno diviene altro da sé. Altro da sé per sempre, senza poter mutare alcunché nella propria vita se non quello previsto da chi lo ha dominato e lo domina da sempre. A proposito di sapienza torna alla mente quando un bimbo di neppure cinque anni mi ha guardato con aria compassionevole e ha emesso la sua sentenza.

"Peccato che un giorno sarai vecchio e morirai."

"E’ una faccenda che riguarda tutti, anche te. Ma se proprio ti dispiace puoi inventare un filtro magico, così al momento giusto io lo bevo e invece di morire continuo a vivere".

"Cioè" Chiede avvicinandosi curioso.

"Cioè prendi una farfallina che di solito vive solo un giorno, la metti nel tuo liquido magico e se lei vola per altri tre giorni è fatta. Hai scoperto il segreto della giovinezza".

"Ho capito", mormora il bambino e socchiude gli occhi come sempre fanno i piccoli quando si mettono in contatto con l’infinito, poi, parlando lentamente, mi rivela la sua scoperta. "Io comincerei con del sangue di pesce misto a vitamina C."

La sua frase mi immerge in uno stupore denso e freddo. Non capisco come faccia un essere così minuscolo e infantile a formulare una teoria del genere, forse perfino probabile. Torna alla mente un pensiero che mi ha invaso qualche mattina fa nel bel mezzo del risveglio

“ Esiste solo una scienza più perfetta di qualsiasi altra scienza : la pura immaginazione.”

Ora ho davanti a me questa creaturina di fronte alla quale vorrei inchinarmi con infinito rispetto. Trascorreranno alcuni giorni prima che lo incontri di nuovo, questo piccolo scienziato. Allora gli chiederò se ha realizzato il suo filtro magico e lui scuotendo il capo mi comunicherà che purtroppo la farfallina è morta, forse folgorata dalla vitamina C. Allora gli dirò che i Nibelunghi, un popolo nano che viveva sulle rive del Reno era al corrente di un segreto, un segreto importante.

“Cioè?” Mi chiede.

“Ecco il vero segreto. Per tornare giovani bisogna camminare ogni giorno un’ora”.

“Mio nonno cammina tanto tutti i giorni ma è sempre più vecchio.”

“Certo, perché nessuno gli ha spiegato che, se vuole ringiovanire, deve camminare all’indietro. Vedi che nessuno cammina mai all’indietro e allora il loro destino è segnato. Prima o poi diventeranno vecchi e moriranno.”

“E perché tu non glielo dici ?”

“Non mi crederebbero.” (Silvano Agosti)
 

24 Settembre 2012

Uno dei piaceri della vita? Attraversare le colline del Chianti in bicicletta ascoltando Redemption Song di Bob Marley.

21 Settembre 2012

Molto tempo fa viveva un Maestro del Tè. Era un uomo anziano, piccolo di statura e fragile. Era conosciuto in tutta la regione rurale in cui viveva per la sua bella Cerimonia del Tè. Il suo lavoro era così eccellente che un giorno l’Imperatore sentì parlare di lui e lo convocò a Palazzo per realizzare questa speciale cerimonia.
Il tranquillo e piccolo Maestro del Tè ricevette l’invito dall’Imperatore. Impacchettò i suoi averi, se li mise in spalla e iniziò un lungo viaggio a piedi verso il Palazzo.
Dopo molti lunghi giorni, il piccolo uomo arrivò e praticò la cerimonia per l’Imperatore. L’Imperatore ne fu così impressionato! Donò al Maestro del Tè il massimo onore che gli fosse concesso. Gli regalò due spade giapponesi dei Samurai.
Il Maestro del Tè accettò le spade. Si inchinò davanti all’Imperatore, appoggiò le spade sulla schiena, raccolse i suoi oggetti personali e si rimise in viaggio verso casa.
Due giorni più tardi, il piccolo uomo camminava attraverso un piccolo villaggio di campagna quando fu individuato da un Samurai che proteggeva quella zona. Era un grande e potente Samurai. Dapprincipio il Samurai non credette ai propri occhi. Da dove venivano quelle spade? Che cosa se ne faceva quel piccolo e fragile uomo?
Il Samurai affrontò il piccolo uomo. “Come osi prenderti gioco di tutti i Samurai! Non posso sopportare un tale disonore.”
Il Samurai sfidò il Maestro della Cerimonia del Tè a un duello con le spade e disse: “Ci incontreremo qui domani alle quattro del pomeriggio e ci batteremo”
L’onore non permetteva al Maestro della Cerimonia del Tè di rifiutare la sfida, quindi accettò. Ma aveva paura e si recò dal proprio maestro di Cerimonia del Tè per chiedergli consiglio su cosa fare. “Non ho mai tenuto in mano una spada in tutta la vita,” disse. “Mi ammazzerà di sicuro”.
Il maestro di Cerimonia del Tè più anziano rispose con un sorriso tranquillo. “Non ti preoccupare,” disse. “Vai ad incontrarlo all’ora pattuita e fai quello che sai fare. Pratica la Cerimonia del Tè”.
Alle quattro, il Samurai arrivò con le spade. Ma il Maestro della Cerimonia del Tè arrivò con il carbone, i fiammiferi, un bollitore per il tè, l’acqua, le tazze e iniziò a preparare il tè.
Il Maestro del Tè aprì il suo contenitore e il profumo pungente del tè verde si mischiò alla fragranza dei fiori. Tranquillamente e concentrato, il maestro del tè vuotò con un cucchiaio una piccola quantità di tè verde in una tazza. Con il mestolo, prese l’acqua calda dal bollitore e la versò sopra il tè. Il Samurai guardava, catturato dalla tranquilla intensità dei movimenti del maestro del tè. Preso il frustino, il maestro del tè vi si applicò vigorosamente fino a che il tè non schiumò. Quindi inchinandosi con calma totale, il maestro del tè porse la tazza al Samurai.
Il Samurai sorseggiò nella maniera giusta il tè. Quando finì, disse al Maestro del Tè: “Sono sconfitto. Hai unito così perfettamente corpo e mente da battermi. L’unica cosa che possa fare con onore a un uomo come te è chiedergli di insegnarmi. Saresti il mio maestro nella via della cerimonia del tè?
“Certo”, disse il Maestro del Tè. “Ci incontreremo domani al tramonto. (Raccontato da Aldo Rock a Radio Deejay).

 

18 Settembre 2012

A ridere c'è il rischio di apparire sciocchi; a piangere c'è il rischio di essere chiamati sentimentali; a stabilire un contatto con un altro c'è il rischio di farsi coinvolgere; ad esporre le proprie idee e i propri sogni c'è il rischio di essere chiamati ingenui; ad amare c'è il rischio di non essere corrisposti; a sperare c'è il rischio della disperazione; a tentare c'è il rischio del fallimento. Ma bisogna correre i rischi, perché il rischio più grande nella vita è quello di non rischiare nulla. La persona che non rischia nulla non è nulla e non diviene nulla. Può evitare la sofferenza e l'angoscia, ma non può imparare a sentire, cambiare, progredire, amare, vivere. Incatenata alle sue certezze è schiava. Ha rinunciato alla libertà. Solo la persona che rischia è veramente libera (Tratto da Vivere, amare, capirsi di L. Buscaglia)

 

15 Settembre 2012

C'era una volta una coppia con un figlio di 12 anni e un asino. Decisero insieme di viaggiare, di lavorare e di conoscere il mondo. Così partirono tutti e tre con il loro asino. Arrivati nel primo paese, la gente commentava: "Guardate quel ragazzo quanto è maleducato... lui sull'asino e i poveri genitori, già anziani, che lo tirano". Allora la moglie disse a suo marito: "Non permettiamo che la gente parli male di nostro figlio." Il marito lo fece scendere e salì sull'asino.
Arrivati al secondo paese, la gente mormorava: "Guardate che svergognato quel tipo... lascia che il ragazzo e la povera moglie tirino l'asino, mentre lui vi sta comodamente in groppa." Allora, presero la decisione di far salire la moglie, mentre padre e figlio tenevano le redini per tirare l'asino.
Arrivati al terzo paese, la gente commentava: "Povero uomo! Dopo aver lavorato tutto il giorno, lascia che la moglie salga sull'asino; e povero figlio, chissà cosa gli spetta, con una madre del genere!"
Allora si misero d'accordo e decisero di sedersi tutti e tre sull'asino per cominciare nuovamente il pellegrinaggio.
Arrivati al paese successivo, ascoltarono cosa diceva la gente del paese: "Sono delle bestie, più bestie dell'asino che li porta: gli spaccheranno la schiena!". Alla fine, decisero di scendere tutti e camminare insieme all'asino.
Ma, passando per il paese seguente, non potevano credere a ciò che le voci dicevano ridendo: "Guarda quei tre idioti; camminano, anche se hanno un asino che potrebbe portarli!
Conclusione: Ti criticheranno sempre, parleranno male di te e sarà difficile che incontri qualcuno al quale tu possa andare bene come sei.
Quindi: vivi come credi.
Fai cosa ti dice il cuore... ciò che vuoi... una vita è un'opera di teatro che non ha prove iniziali.
Quindi: canta, ridi, balla, ama... e vivi intensamente ogni momento della tua vita... prima che cali il sipario e l'opera finisca senza applausi. (di Charlie Chaplin)

 

12 Settembre 2012

...c'è stato un tempo in cui io credevo che avrei girato il mondo e fatto bene alla mia gente, fatto qualcosa di importante, in fondo a me, a me piaceva volare... (Il mio nome è mai più, Ligabue, Jovanotti, Pelù).

 

09 Settembre 2012

Nel mezzo del cammin di nostra vita

mi ritrovai per una selva oscura

ché la diritta via era smarrita.

Ahi quanto a dir qual era è cosa dura

esta selva selvaggia e aspra e forte

che nel pensier rinova la paura.

(Divina Commedia, Canto I )

 

05 Settembre 2012

Lance Armstrong

 

Caro Lance
chi ti scrive è uno sportivo che considera lo sport fonte di energia, di vitalità, di benessere, e che pensa che l'assunzione di sostanze in grado di migliorare le proprie condizioni fisiche per ottenere risultati, col rischio tra l'altro di compromettere in maniera irreversibile la propria salute, non è altro che niente di più distante dallo sport.
Ti accusano di essere stato un ciclista dopato e vogliono toglierti tutte le vittorie dal 1999 al 2005, annullando ciò che in campo sportivo sara' irripetibile: vincere sette volte il Tour de France.
Hai scelto di ritirarti da qualsiasi competizione agonistica rinunciando a difenderti dalle accuse di doping che riguardano le tue numerose vittorie al Tour de France.
Nel corso dei tuoi ultimi tour, hai subito centinaia di controlli antidoping, ti prelevavano sangue e urine praticamente tutti i giorni, e più volte al giorno, e non c'è mai stata una sola volta in cui i tuoi valori siano stati considerati fuori dalla norma.
Nonostante questo, per alcuni sei semplicemente un imbroglione, uno che si è approfittato dei farmaci, di compagni di squadra accondiscendenti e sponsor potenti per vincere e diventare inattaccabile e ricchissimo.
Non so se in te è presente questo aspetto negativo dello sport, non voglio e non posso entrare nel merito, ma sicuramente in te è presente una forza di vivere, di lottare, un coraggio e una determinazione che fanno di te una persona da stimare e un modello da seguire per sportivi e non sportivi.
Malato di tumore alla prostrata, metastasi all'addome, operato, hai continuato ad allenarti tornando a vincere nel Tour de France, dimostrando al mondo intero che anche con un tumore metastatizzato è possibile riprendere una vita assolutamente normale.
Hai convinto migliaia di persone a curarsi e hai contribuito, con la tua fondazione Livestrong, a raccogliere tanti milioni di dollari per la ricerca sul cancro.
Hai dato coraggio e forza a tanti malati di tumore, per i quali il presente si mostrava angosciante e l'idea del futuro faceva nascere in loro la voglia di lasciarsi morire. Con il tuo esempio, li hai aiutati a lottare e non mollare mai, e a sperare nella possibilità di intravedere uno spiraglio di luce che può diventare un nuovo giorno di sole.


Grazie Lance



p.s.  Per 7 volte sei comunque stato il più forte di tutti.

 

02 Settembre 2012

Qualche volta mi è capitato di trovarmi solo da qualche parte, in un locale, a fare una passeggiata, magari perché nessuno dei miei amici aveva voglia di uscire o semplicemente perché io avevo voglia di stare con me stesso e non volevo chiamare nessuno. Quello che ho notato in queste circostanze è che le persone che mi conoscono, quando mi vedono e si accorgono che sono solo, hanno tutte lo stesso atteggiamento: si avvicinano a me dicendomi che mi posso unire a loro, che adesso non sono più solo, ma non tanto per un desiderio di passare del tempo insieme a me, che forse c'è anche, quanto principalmente il volermi evitare l'imbarazzo, secondo loro, che gli altri mi possano vedere solo, pensando che stare soli in un locale è triste, da sfigati, non è sicuramente una bella immagine di se da dare in pubblico. Amici grazie, ma  non è necessario, a volte da solo sto benissimo, trovo piacere a sorseggiare un drink ed osservare gli atteggiamenti delle persone che mi stanno attorno, immaginare le vite di alcune persone particolari, notare la noia negli occhi di alcune coppie o la felicità in altri, osservare e immaginare, semplicemente pensare e riflettere. Stare insieme agli altri solo se si ha veramente voglia di starci. Penso che dedicarsi dei momenti da solo sia importante nella vita, anche in pubblico, non è da sfigati, anzi riuscire a bastare a se stessi, trovare in se tutto ciò che è necessario per stare sereno e poterlo regalare ad altri è una forza in una persona, non preoccuparsi del parere degli altri, stare bene con se stessi per poter stare bene con gli altri è, a mio avviso, una bella filosofia di vita da seguire.

 

26 Agosto 2012

Ogni posto è una miniera. Basta lasciarsi andare, darsi tempo, stare seduti in una casa da tè ad osservare la gente che passa, mettersi in un angolo del mercato, andare a farsi i capelli e poi seguire il bandolo della matassa che può cominciare con una parola, con un incontro, con l'amico di un amico di una persona che si è appena incontrata e il posto più scialbo, più insignificante della terra diventa uno specchio del mondo, una finestra sulla vita, un teatro di umanità dinanzi al quale ci si potrebbe fermare senza più il bisogno di andare altrove. La miniera è esattamente là dove si è: basta scavare. (Tiziano Terzani dal libro Un indovino mi disse).

 

25 Agosto 2012

E' di pioggia e sole che ti nutrirai, pensa a vivere, credi solo a quello che ti dice il cuore, e tira fuori la tua stoffa da campione. ( Tratto dalla canzone La ricetta del campione di L. Dirisio )

 

25 Agosto 2012

Un giovane discepolo andò a trovare un vecchio maestro che viveva da più di sessanta anni in un posto sperduto e isolato in cima ad una collina. Quando arrivò la porta della casa era spalancata ed entrando il giovane notò che nessun mobile o accessori erano presenti nella casa. Solo in una stanza era presente una sedia su cui sedeva il maestro.

Il discepolo, meravigliato, chiese subito al vecchio: "Maestro, perchè non ci sono mobili in questa casa?"

Il maestro rispose: "Tu ne hai portati?".

"Io sono di passaggio" rispose prontamente il discepolo.

"Anche io" replicò il maestro.

 

13 Agosto 2012

Ci vuole più tempo per rendersi conto di amare qualcuno che a sostituirlo, ma se riesci in ciò significa che non l'hai mai amato. (G. Moschetti)

 

12 Agosto 2012

Si muore generalmente perchè si è soli... perchè non si dispone delle necessarie alleanze, perchè si è privi di sostegno. (G. Falcone)

 

8 Agosto 2012

Ma Emma era piena di bramosia, di rabbia, di odio. Quell'abito dalle pieghe dritte nascondeva un cuore sconvolto e le labbra pudiche tacevano le tempeste. Era innamorata di Leon e cercava la solitudine per poter a suo agio dilettarsi con l'immagine di lui. Vederlo di persona significava turbare la voluttà di tale meditazione. Il suono dei suoi passi faceva palpitare il cuore: poi, la sua presenza faceva svanire ogni emozione e in seguito in lei restava soltanto un immenso sbigottimento che si trasformava in tristezza... A poco a poco le fiamme si placarono, forse perchè il combustibile si andava esaurendo, oppure per un accumulo eccessivo dello stesso. L'assenza dell'oggetto amato fece si che l'amore si estinguesse, un pò alla volta; il rimpianto fu soffocato dall'abitudine e quella luce di incendio che imporporava il suo pallido cielo si coprì sempre più d'ombra e gradatamente scomparve... (Tratto dal libro Madame Bovary di G. Flaubert)

 

6 Agosto 2012

Voglio avere 12 anni ancora, giocare con i miei compagni di scuola, tutto il giorno sotto casa, nel cortile della Chiesa, quando la vita non faceva paura... il sabato sera sai mi stanca, il mio nome non è in lista. ( Tratto dalla canzone 12 anni di R. Angelini )

 

4 Agosto 2012

Il maestro Tanzan era in viaggio con il suo allievo Ekido lungo una strada fangosa. Ad un certo punto incontrarono una bella ragazza in kimono e sciarpa di seta, che non poteva attraversare quella melma, senza rovinare il suo bel vestito.

Senza problemi, Tanzan la prese in braccio e la trasportò sull'altro lato della strada. Ekido rimase pensieroso per tutto il giorno. Alla sera, non resistendo più, chiese apertamente al maestro:"Noi monaci non avviciniamo le donne, è pericoloso. Perchè l'hai fatto?"

Tanzan rispose:"Io quella ragazza l'ho lasciata laggiù. Tu la stai ancora portando con te".

 

3 Agosto 2012

Sono entrato dal barbiere con la disposizione consueta, col piacere che mi dà il fatto di poter entrare senza imbarazzo nei luoghi conosciuti. La mia sensibilità al nuovo è terribile: mi sento calmo solo nei luoghi in cui sono già stato.

Mentre mi accomodavo sulla poltrona mi è venuto fatto di domandare al garzone che mi stava collocando intorno al collo un lino freddo e pulito, come stesse il suo collega che serviva alla poltrona accanto, quel tipo spiritoso, più anziano di lui, che era malato. Glielo ho domandato senza che mi premesse sapere: è stata una domanda suggerita dal luogo e dal ricordo. " E' morto ieri," mi ha risposto senza tono la voce che stava dietro di me e le cui dita stavano finendo di inserire l'asciugamano fra la mia nuca e il mio colletto. Tutto il mio immotivato buonumore è svanito all'improvviso, come il barbiere della poltrona accanto assente per l'eternità. E' sceso il freddo sui miei pensieri. Non ho detto niente.

Nostalgia! Ho nostalgia perfino di ciò che non è stato niente per me, per l'angoscia della fuga del tempo e la malattia del mistero della vita. Volti che vedevo abitualmente nelle mie strade abituali: se non li vedo più mi rattristo; eppure non mi sono stati niente, se non il simbolo di tutta la vita.

Il vecchio anonimo dalle ghette sporche che mi incrociava quasi sempre alle nove e mezzo del mattino? Il venditore zoppo dei biglietti della lotteria che mi seccava senza successo? Il vecchietto tondo e rubizzo, col sigaro in bocca, che sostava sulla porta della tabaccheria? Il pallido tabaccaio? Cosa ne sarà di tutti costoro che, solo per averli sempre visti, hanno fatto parte della mia vita? Domani anch'io scomparirò da Rua da Prata, da Rua dos Douradores, da Rua dos Fanqueiros. Domani anch'io - l'anima che sente e pensa, l'universo che io sono per me stesso - sì, domani anch'io sarò soltanto uno che ha smesso di passare in queste strade, uno che altri evocheranno vagamente con un "che ne sarà stato di lui?". E tutto quanto ora faccio, quanto ora sento e vivo non sarà niente di più che un passante in meno nella quotidianità delle strade di una città qualsias
i. ( Tratto dal libro Il libro dell'inquietudine di Fernando Pessoa )

 

2 Agosto 2012

Un professore di filosofia, in piedi davanti alla sua classe, prese un grosso vasetto di marmellata vuoto e lo riempì con sassi di circa tre centimetri di diametro; poi chiese ai suoi studenti se il contenitore fosse pieno ed essi gli risposero di sì.
Allora il professore tirò fuori una scatola piena di piselli, li versò dentro il vasetto e lo scosse delicatamente: ovviamente i piselli si infilarono negli interstizi vuoti rimasti tra i vari sassi. Ancora una volta il professore chiese agli studenti se il vasetto fosse pieno ed essi, ancora una volta, risposero di sì.
Quindi il professore tirò fuori una scatola piena di sabbia e la versò dentro il vasetto. La sabbia riempì ogni spazio vuoto rimasto: per l'ennesima volta il professore chiese agli studenti se il vasetto fosse pieno e questa volta essi risposero che lo era senza ombra di dubbio.
Infine il professore tirò fuori da sotto la scrivania due lattine di birra e le versò completamente dentro il vasetto, inzuppando la sabbia. Gli studenti risero a crepapelle.

"Ora" disse il professore, "voglio che voi capiate che questo vasetto rappresenta la vostra vita.
I sassi sono le cose importanti, la vostra famiglia, i vostri amici, la vostra salute, i vostri figli, le cose per le quali se tutto il resto fosse perso, la vostra vita sarebbe ancora piena.
I piselli sono le altre cose per voi importanti: il vostro lavoro, la vostra casa, la vostra auto. La sabbia è tutto il resto, le piccole cose, insomma."
"Se metteste dentro il vasetto per prima la sabbia" continuò il professore "non ci sarebbe spazio per i piselli e per i sassi. Lo stesso vale per la vostra vita: se dedicherete tutto il vostro tempo e le vostre energie alle piccole cose, non avrete spazio per le cose che per voi sono importanti. Dedicatevi alle cose che vi rendono felici: giocate con i vostri figli, portate il vostro partner al cinema, uscite con gli amici. Ci sarà sempre tempo per lavorare, pulire la casa, lavare l'auto. Prendetevi cura in primis dei sassi, ovvero delle cose che veramente contano. Fissate le vostre priorità, il resto è solo sabbia".


Una studentessa allora alzò la mano e chiese al professore cosa rappresentasse la birra. Il professore sorrise. "Sono contento che me l'abbia chiesto. Volevo solo dimostrarvi che non importa quanto piena possa essere la vostra vita, perché c'è sempre spazio per un paio di birre con gli amici."( Anonimo )